Il recente intervento della Polizia che ha portato all’arresto di una banda di spacciatori attiva nei boschi dell’Erbese (ne abbiamo parlato qui) ha riportato sotto i riflettori una realtà che, al di là delle cronache giudiziarie, continua a intrecciarsi con la vita quotidiana di molte persone. Lo spaccio resta un fenomeno concreto, spesso violento, legato a dinamiche criminali che nulla hanno a che fare con la leggerezza con cui, oggi, viene talvolta percepito il consumo di droghe leggere.

Proprio questo contrasto può diventare uno spunto per una riflessione più ampia, che non riguarda l’etica o la morale, ma il modo in cui è cambiato lo sguardo sociale sul consumo di cannabis.

Chi aveva vent’anni negli anni Ottanta (e prima) lo ricorda bene. La marijuana, il “fumo”, l’hashish – nero o afghano – esistevano e circolavano. C’erano consumatori abituali e consumatori occasionali. Ma anche per questi ultimi il gesto non era mai neutro. Fumare significava muoversi in una zona di confine: lo si faceva di nascosto, se ne parlava solo con pochi amici fidati, con la consapevolezza di compiere qualcosa di proibito e socialmente disallineato.

Il consumo aveva una forte valenza simbolica. Era, spesso, un atto percepito come antisistema, un modo – più o meno consapevole – di contrapporsi a un modello borghese, ordinato, rispettabile. Non era solo una sostanza: era un segno di appartenenza, una linea di demarcazione culturale.

Quarant’anni dopo, quello scenario appare lontano.
Non perché lo spaccio sia scomparso o perché i problemi legati alle sostanze non esistano più, ma perché è cambiato radicalmente il significato sociale del consumo occasionale. Oggi, per una parte crescente della popolazione, la cannabis non rappresenta più una trasgressione identitaria, bensì una possibilità tra le altre: una scelta discreta, privata, spesso inserita in momenti di socialità informale.

La scena è diversa da quella di quarant’anni fa. Non più lo scambio rapido, lo sguardo guardingo, il nascondersi. Piuttosto un gruppo di amici che si ritrova a fine giornata: qualcuno propone un aperitivo, qualcun altro una birra, qualcun altro ancora “di fermarsi un attimo”. La canna passa di mano con la stessa naturalezza con cui arrivano le olive sul tavolino. Non è il centro della serata, non è una dichiarazione di principio. È un gesto che segna una pausa, un cambio di ritmo, l’ingresso in un tempo più lento e condiviso.

In questo senso, per molti, il fumo ha assunto una funzione sorprendentemente simile a quella dell’aperitivo: un rito leggero di passaggio, un modo per separare il tempo del dovere da quello della relazione. L’iperbole regge perché non riguarda gli effetti o le quantità (per i quali raccomandiamo sempre molta cautela e attenzione), ma il ruolo sociale del gesto: non più rottura o sfida, ma accompagnamento.

Fumo e alcol: due traiettorie opposte

Il confronto con l’alcol rende questo passaggio ancora più evidente.

L’alcol, storicamente accettato e profondamente radicato nella nostra cultura, è oggi sempre più oggetto di problematizzazione: si parla di abuso, di dipendenza, di sicurezza stradale, di impatto sulla salute. Bere resta legale e centrale nella socialità, ma è accompagnato da un discorso critico diffuso.

La cannabis, al contrario, ha seguito una traiettoria quasi inversa. Da pratica simbolicamente deviante, è diventata – nel sentire comune – una sostanza separata dalle droghe “pesanti”, percepita come più gestibile, meno invasiva, compatibile con una vita socialmente integrata. Non viene celebrata, ma neppure più demonizzata. Esattamente come accade per l’alcol, ciò che conta non è tanto il gesto in sé, quanto la misura, il contesto, la discrezione.

Il prezzo culturale della normalizzazione

Questo sdoganamento, tuttavia, non è neutro. Ha un prezzo culturale.

Negli anni Ottanta il consumo di cannabis, anche quando non era esplicitamente politico, aveva una funzione simbolica: disturbava, segnava una distanza, metteva in discussione regole e modelli. Oggi quella funzione si è quasi del tutto persa. Il fumo non è più un gesto “contro”, ma uno strumento di regolazione individuale: serve a rilassarsi, a staccare, a rendere più sostenibili i ritmi della vita contemporanea.

La cannabis non mette più in crisi il sistema: lo rende più sopportabile.

Il prezzo sta qui: nella perdita di spessore simbolico. La pratica resta, ma privata della capacità di interrogare l’ordine sociale. È diventata un’opzione tra le opzioni, accettabile finché resta funzionale.

Che idea di libertà emerge da questo cambiamento

La questione, allora, non è la cannabis in sé, ma ciò che questo mutamento racconta della nostra idea di libertà.

La libertà contemporanea appare sempre meno come rottura o trasgressione e sempre più come gestione: la possibilità di scegliere come modulare il proprio benessere senza uscire dai confini dell’accettabile. Non “sono libero perché disobbedisco”, ma “sono libero perché posso scegliere come rilassarmi, purché resti efficiente”.

È una libertà privata, silenziosa, compatibile.
Non necessariamente peggiore, ma certamente diversa.

E forse vale la pena fermarsi a riflettere su questo passaggio, soprattutto per chi ha vissuto il tempo in cui anche una canna, a suo modo, era una presa di posizione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *