Corrispondenza dal fronte periurbano
dal nostro inviato speciale, che preferisce restare anonimo per motivi che diventeranno evidenti
Erano le dieci e cinquantanove quando ho capito che stavo assistendo a qualcosa di storicamente definitivo. Non nel senso buono del termine.
La frazione — chiamiamola Borgo Altrove, per carità di patria e per evitare che qualcuno mi recapiti una diffida prima che io finisca di scrivere questo pezzo — si era svegliata quel mattino con l’aria di chi sa che succederà qualcosa di importante ma non riesce a ricordare perché avrebbe dovuto preoccuparsene. Striscioni. Sedie pieghevoli disposte con geometria militare sul selciato appena rifatto, rifatto talmente di fretta che in alcuni punti l’asfalto aveva già ricominciato a meditare il proprio ritiro. Un tavolo con sopra vassoi di paste mignon che sembravano reduci da un lungo e malinconico viaggio in autostrada, paste che avevano rinunciato alla crema con la stessa rassegnazione con cui certi uomini rinunciano ai propri sogni giovanili.
E il nastro. Dio mio, il nastro.
Perché bisogna parlare del nastro. Bisogna dargli la dignità narrativa che merita, a questa striscia di carta da calcolatrice elettromeccanica — roba che non produceva più nessuno dal periodo in cui Andreotti era ancora considerato una promessa della politica italiana — colorata con pennarelli del tipo che si trovano in fondo ai cassetti delle scuole elementari, pennarelli che evidentemente avevano dato il meglio di sé su qualche cartellone della recita di Natale 1987 e ora affrontavano il loro canto del cigno sbiadendo stoicamente sul verde, lasciando l’evidente nuance gialla “tempus fugit” sul bianco, sul rosso di quello che, con un atto di volontà collettiva commovente nella sua ingenuità, veniva spacciato per nastro tricolore ma che in effetti era un tributo al risparmio quale efficienza amministrativa. Un tricolore che aveva tutta l’aria di aver attraversato la storia nazionale non sui campi di battaglia ma in qualche ripostiglio umido, tra un aspirapolvere rotto e una racchetta da tennis senza corde.
Lo reggevano due alfieri rappresentanti dell’A.N.P.A.: Associazione Nazionale Parcheggiatori Abusivi.
Lasciate che questa sigla vi entri lentamente nel cervello e ci faccia il giro completo, preferibilmente in senso antiorario, prima di continuare.
I due emissari dell’associazione — che evidentemente aveva ritenuto l’inaugurazione di un parcheggio periferico un’occasione istituzionale di primo piano, e in questo non aveva tutti i torti — indossavano quella che nei comunicati ufficiali veniva descritta come “alta uniforme”. Colore carta da zucchero, quel celeste grigiastro che evoca simultaneamente i reparti ospedalieri d’anteguerra, le scatole di confetti dei matrimoni di provincia celebrati sotto cattivi auspici, e un certo tipo di tristezza esistenziale che Schopenhauer aveva intuito ma non aveva avuto il coraggio di sviluppare fino in fondo preferendogli la disponibilità delle grazie della locandiera del paese. Gli alamari dorati in passamaneria completavano l’opera con una sobrietà che avrebbe fatto invidia ai generali della Ruritania nei giorni di gala.
Le due cariatidi in carta da zucchero mantenevano un’espressione di solenne, granitica ed inconcussa consapevolezza, come chi sa di essere nel posto giusto nel momento giusto, anche se quel posto è un parcheggio di ventidue stalli a Borgo Altrove e quel momento è una domenica mattina di marzo in cui la maggior parte dell’umanità senziente sta ancora dormendo o quanto meno sta bevendo il caffè in silenzio, che è la cosa più civile che un essere umano possa fare.
Il nastro oscillava leggermente nella brezza di marzo — quella brezza traditrice che promette primavera e poi ti lascia lì con la giacca leggera e un principio di bronchite — con la dignità fragile di chi è stato chiamato a rappresentare qualcosa di più grande di sé.
Il pubblico era numeroso. Numeroso nel senso tecnico e leggermente inquietante del termine.
Perché una parte del numeroso pubblico aveva tutta l’aria di essere arrivata non per spontanea adesione civica ma per quella forma di solidarietà politica che i meno diplomatici tra noi definirebbero la logistica delle “truppe cammellate” — e io non lo definirò così, per rispetto verso i cammelli, che sono animali dignitosi dotati di una saggezza antica che li porta istintivamente a stare alla larga da certi eventi pubblici. Diciamo semplicemente che c’erano molte facce che si assomigliavano tra loro con una coerenza stilistica sospetta, molti applausi sincronizzati con una precisione che la natura da sola difficilmente avrebbe prodotto nemmeno dopo milioni di anni di evoluzione, e un entusiasmo complessivo che aveva qualcosa di atletico, quasi professionale, il tipo di entusiasmo che si allena, che si affina con la pratica, che richiede dedizione e forse anche uno stage formativo. Tra la folla, un signore anziano in cappotto beige che nessuno sembrava conoscere applaudiva con un ritardo di circa due secondi rispetto agli altri, come un’eco umana, l’unico forse autenticamente presente per ragioni sue, imperscrutabili e commoventi come la sua vecchia NSU Prinz orgogliosamente parcheggiata li vicino.
L’onorevole — chiamiamolo l’Onorevole, che è già abbastanza e forse anche troppo — ha tenuto un discorso di diciassette minuti abbondanti e S.E.O. oriented nei quali ha usato la parola “futuro” tredici volte, “territorio” nove volte, “comunità” undici volte e “sfida” quattro volte, secondo il conteggio certosino del sottoscritto che non aveva altro da fare e stava lentamente valutando le alternative esistenziali che la vita gli aveva riservato.
Ha evocato il parcheggio come simbolo di riscatto civile, come risposta concreta e finalmente tangibile ai bisogni reali della gente reale, come primo passo coraggioso di un percorso virtuoso verso un orizzonte che — e qui la voce aveva preso una piega quasi mistica — era “già visibile a chi sa guardare”. Non ha chiarito cosa si vedesse in questo orizzonte né fornito coordinate geografiche, ma i presenti nelle prime file — quelli con la faccia da stage formativo — hanno applaudito con il tempismo millimetrico di chi conosce la geografia, il copione a memoria e lo rispetta.
Dietro di loro, il signore in cappotto beige applaudiva ancora con due secondi di ritardo, solo, magnifico nella sua asincronia.
Poi è arrivato il momento.
Le due cariatidi in carta da zucchero hanno teso il nastro di carta calcolatrice con la gravità ieratica di chi regge le insegne imperiali durante una cerimonia di incoronazione, o forse le briglie di un cavallo particolarmente irrequieto — l’espressione era sostanzialmente la stessa. L’Onorevole ha estratto le forbici — forbici vere, grosse, arancioni, di quelle da cancelleria scolastica, perché in questo paese la grandezza si misura nella scelta degli strumenti da taglio — e ha posizionato le lame sul tricolore di carta calcolatrice con la concentrazione di un chirurgo che affronta un intervento delicato e storicamente necessario.
Ha tagliato.
Il nastro si è diviso in due con un suono secco e definitivo che, nel silenzio improvviso e quasi cosmico di Borgo Altrove, risuonava come la chiusura di un’epoca e l’apertura di qualcosa che ancora non aveva nome ma già aveva il proprio parcheggio.
Applausi fragorosi. Qualcuno ha gridato “bravo” e poi “bis”, che era eccessivo ma sincero. Un bambino, presente per recuperare i debiti scolastici in educazione civica, ha chiesto alla madre quando si mangiava e la madre non ha risposto, assorta in una contemplazione che sembrava andare ben oltre le paste mignon. I cammelli metaforici hanno scalciato nell’aria di marzo. La brezza traditrice ha portato via un pezzo del nastro verde, che ha volteggiato per qualche secondo sopra le teste della folla come un piccolo spirito confuso prima di atterrare in un pozzanghera, messa li da un rappresentante dell’opposizione. É la democrazia, darling.
Il parcheggio era inaugurato. Ventidue stalli aspettavano, vuoti e carichi di promesse, sotto un cielo di marzo che non si era ancora deciso su niente.
Le paste mignon aspettavano.
Il signore in cappotto beige applaudiva ancora, solo, in perfetto ritardo, per ragioni sue.
La storia, con la sua consueta e olimpica flemma, prendeva nota di tutto, sbadigliava discretamente, e passava oltre verso temi meno contingenti.
Io ho acceso il registratore, ho guardato i miei appunti scarabocchiati sul retro di un volantino del comizio, e ho pensato che forse avevano ragione tutti quanti, anche quelli che vanno a letto con la propria moglie. Poi ho rimesso il cappuccio alla penna e sono andato a prendere una pasta mignon, che era già domani.
Questo testo è opera di pura fantasia paranoica. Qualsiasi somiglianza con persone, eventi, associazioni di parcheggiatori regolari o abusivi, nastri tricolori autentici o improvvisati, oratori di qualsiasi orientamento politico realmente esistenti è da attribuirsi esclusivamente alla sovrabbondante ricchezza della realtà italiana, verso la quale l’autore nutre profondo rispetto, tenerezza rassegnata e una lieve ma cronica peristalsi.

