Massimo Zamboni è musicista, compositore e scrittore. Storico chitarrista dei CCCP e in seguito del CSI. Dopo lo scioglimento dei gruppi si è dedicato alla scrittura, pubblicando romanzi e opere di non-fiction che intrecciano memoria personale, storia e paesaggio dell’Appennino reggiano.

Lo abbiamo incontrato nel corso di ZelbioCult ( https://www.zelbiocult.it ), rassegna d’incontri con scrittori, artisti e musicisti che si tiene ogni estate a Zelbio, sul lago di Como.

Siamo a Zelbio, un paese che ricorda un po’ la Valle d’Asta. È uno dei motivi per cui hai deciso di partecipare a questa manifestazione?

A dire la verità non conoscevo Zelbio, sono stato invitato. Mi piace andare a scoprire posti in Italia, specialmente quelli poco frequentati — ce ne sono ancora, anche se in 45 anni ne ho visti tanti. È un po’ il modo per sopperire alla mancanza dei giornali, della radio, della televisione: vedere i posti con i miei occhi, senza troppe intermediazioni, e farlo da musicista, da scrittore, entrando direttamente dentro al posto, quasi come se ci venissi in vacanza. Quindi sì, molto volentieri.

Stando ad alcune letture del libro, è l’orografia del luogo del delitto a trattenere, distorcere e mescolare le voci — il non detto governa più dell’indicibile. È una lettura che ritieni valida, o è già un’interpretazione?

L’ho suscitata io stesso, questa lettura. L’idea è che in questi paesi quello che non viene detto è ciò che tiene unita la comunità. Al di là delle leggi scritte che il Regno d’Italia si sforzava di imporre, gli abitanti sanno come si vive in quel luogo, conoscono le regole — mai scritte, mai dette, in un certo senso — ma note a tutti da secoli. Sono quelle regole a governare i confini, cosa deve accadere, come ci si sposa, come ci si comporta ai funerali, come si nasce: tutto questo genere di cose.

Questa storia potrebbe essere letta anche come un femminicidio, per certi aspetti. Che riscontro trovi nel modo in cui vengono raccontati i femminicidi di oggi rispetto alla narrazione nata al momento di quell’episodio?

Se fosse accaduto oggi, in una montagna italiana o nello stesso luogo, verrebbe sicuramente letto come femminicidio. Centocinquant’anni fa questa parola non esisteva, e quindi non esisteva nemmeno questa modalità di lettura. Lei è stata uccisa non perché era donna, ma perché era al centro di un litigio ed era già cagionevole di salute: è caduta ed è morta. Ma sarebbe potuto morire anche suo marito — non è quello il punto, secondo me.

Quindi hai riportato alla luce una storia minore, fuori dai libri di storia. Quanto abbiamo bisogno oggi di questo tipo di storie?

Viviamo circondati dal mistero, dall’invisibilità, da tutto quello che non sappiamo. Eppure basiamo la nostra vita sulla visibilità, su una serie di certezze assolutamente indotte, mai verificate, mai verificabili — in fin dei conti su un’illusione continua. Queste storie invisibili, così antiche, contengono ancora la radice del nostro essere oggi. Sta a noi accostarci a queste storie con curiosità, senza strafottenza, senza pensare di essere più evoluti — perché decisamente non lo siamo. Ed è anche quello che dicevo prima: prendersi cura, offrire a una donna come questa, uccisa dopo una vita dura, anche cattiva, una sorta di risarcimento, centocinquant’anni dopo. Ci sono persone che vanno a vedere quel sasso, pensano a quello che hanno letto, si concentrano su di lei. In fin dei conti il messaggio del sasso — “pregate per lei” — viene rispettato in questo modo. Non mi va di pensare di poter offrire, a una persona scomparsa, quello che ho chiamato un risarcimento. Sono contento di questo aspetto.

L’ultima è una domanda personale, da appassionato di musica.
Skiantos e i CCCP condividono più o meno la stessa origine geografica. Gli Skiantos hanno disinnescato la politica con il nonsenso, mentre voi sembravate fare l’opposto: caricarla di ideologia fino quasi a trasformarla in costume di scena. Sono andato molto lontano?

Ci sei andato vicino. La differenza principale è che gli Skiantos venivano da Bologna, e i bolognesi degli anni ’70, primi anni ’80, avevano necessariamente un’idea del mondo diversa da quella dei reggiani. Bologna è stata uno dei centri del mondo, specialmente in quegli anni.
Io trovo che gli Skiantos fossero straordinari, tra i cantautori più importanti di tutti, ma non sono riusciti ad andare oltre quella superficie così divertente, bella, folle in un certo senso. Non sono riusciti a raggiungere ciò che ha raggiunto, ad esempio, Andrea Pazienza, loro coetaneo, seppur pugliese: la capacità di mescolare la follia, la tossicodipendenza, tutti quegli anni, ma con i piedi piantati per terra, nel territorio, in maniera viscerale, tellurica.
I CCCP ci sono riusciti perché eravamo in una cittadina piccola, che ci ha obbligato a fare i conti con la terra, con un passato. Abbiamo fatto un album insieme, l’abbiamo prodotto noi, come CSI, e ho invitato gli Skiantos a scrivere una canzone sulla Resistenza. Loro l’hanno fatta in chiave ironica, ed era l’unica canzone in chiave ironica di tutte le 24-25 tracce dell’album, a differenza di tanti altri gruppi, perché non avevano più la capacità di ragionare seriamente sulle cose. Prigionieri del personaggio, in poche parole. Un personaggio sacrosanto, a cui abbiamo voluto tutti bene, agli Skiantos — ma a un certo punto devi avere il coraggio: fanne pure centocinquanta di rock demenziale, ma una cosa seria me la devi dire. Altrimenti è solo intrattenimento, mentre io ho bisogno di sentir parlare di resistenza, di parole grosse. Devi saperlo fare.

Hai accennato alla differenza tra reggiani e bolognesi.

Reggio è una cittadina schiacciata tra Modena e Parma, eppure ha una capacità di propulsione infinita nel mondo: la conoscono tutti per qualcosa di straordinario, che spesso gli stessi reggiani non conoscono, o se lo sono dimenticati. Bologna è la parte più esposta al sole, di questo. Ma quello che è accaduto a Reggio Emilia è accaduto solo a Reggio Emilia.

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