A Erba, dal prossimo autunno, non si nascerà più. La notizia è arrivata con il linguaggio consueto delle riorganizzazioni sanitarie — “percorso condiviso”, “standard assistenziali”, “continuità e sicurezza” — a coprire un fatto semplice: 320 parti nel 2025, una stima di 250 per il 2026, sotto la soglia dei 500 fissata dal decreto Balduzzi. Un numero, e sopra il numero una firma: quella di Ats Insubria e di una Regione che da trent’anni, ininterrottamente, ha lo stesso colore politico.
Vale la pena dirlo con chiarezza, perché nei prossimi giorni assisteremo al solito rituale. Consiglieri comunali di Lega e Fratelli d’Italia che presentano mozioni bipartisan per “salvare il punto nascita”. Un deputato leghista, Eugenio Zoffili, che dichiara “il reparto non si tocca” mentre il suo compagno di partito, il governatore Attilio Fontana, dovrà decidere se avallare la chiusura. Patto per il Nord che scrive al governatore chiedendo di fare i tagli “altrove”. Novecento firme online in un giorno. Tutto legittimo, tutto comprensibile — le famiglie del territorio hanno diritto a protestare. Ma la protesta arriva sempre a cose fatte, mai prima. E arriva, quasi sempre, dagli stessi elettori che quel governo lo hanno votato, confermato, riconfermato.
Perché la chiusura di Erba non è un fulmine a ciel sereno né un destino demografico ineluttabile. È l’ultimo anello di una catena che si è cominciata a costruire nel 1997, quando la giunta Formigoni varò la legge regionale 31: il modello del “quasi-mercato” sanitario, mutuato dalla riforma Thatcher, che separava chi finanzia da chi eroga le cure e metteva pubblico e privato accreditato sullo stesso piano, in concorrenza per il paziente-cliente. Un unicum in Italia, voluto e difeso da tre presidenti diversi — Formigoni, Maroni, Fontana — ma da un’unica maggioranza politica, che dal 1995 non ha mai perso un’elezione regionale con meno di cinque punti di scarto se non una volta. Non è un’opposizione che non ce l’ha fatta: è un consenso reale, rinnovato sette volte.
Su questo impianto si sono poi innestate le politiche di austerità nazionali — blocco del turnover dal 2008, congelamento dei contratti pubblici fino al 2015 — che hanno colpito tutta Italia, non solo la Lombardia. Ed è onesto dirlo. Ma è altrettanto onesto notare che la Lombardia, a differenza di Lazio, Calabria o Molise, non è mai stata commissariata per i conti in rosso, non ha mai avuto un piano di rientro a giustificare tagli forzati. Ha scelto lo stesso di non usare la propria autonomia — e la propria ricchezza — per compensare quei vincoli nazionali con un investimento pubblico più deciso. Ha preferito, semmai, spingere ulteriormente sulla leva della concorrenza col privato. La differenza fra “subire” i tagli e “scegliere” di non contrastarli è tutta politica, ed è la differenza che va rivendicata a chi oggi si stupisce.
Nel frattempo il sistema ha eroso se stesso dall’interno. Gli ospedali, per tappare le falle di organico, hanno appaltato pezzi di assistenza a cooperative — pratica tanto diffusa quanto denunciata, fino al punto che la stessa Giunta Fontana, a fine 2023, ha dovuto vietarla per il personale sanitario “core”: un’ammissione implicita di un modello che aveva prodotto più danni che risparmi. Sul fronte degli stipendi, la prossimità con la Svizzera ha fatto il resto: nel Comasco si è passati da 4.179 a 3.465 operatori sanitari in vent’anni, con infermieri che in Canton Ticino guadagnano il 250% in più che in Italia. Chi resta, lavora in organici ridotti, con turni più lunghi e pazienti più esasperati — ed è statisticamente più esposto ad aggressioni, come segnalano da anni sindacati e osservatori nazionali, dati alla mano. Un cerchio che si chiude da solo: meno personale, più tensione, più fughe, meno personale.
Su questo sfondo, un punto nascita che chiude a Erba non è un incidente di percorso. È la fotografia coerente di un sistema costruito, mattone su mattone, in trent’anni di continuità amministrativa. Chi oggi firma mozioni e raccoglie firme ha tutto il diritto di farlo. Ma dovrebbe anche avere l’onestà di guardare la scheda elettorale che ha messo nell’urna ogni cinque anni, dal 1995 a oggi. La sanità che si allontana da Erba, da Cantù, dal territorio, non è un fulmine caduto dal cielo lombardo. È il prodotto di scelte, ripetutamente premiate nelle urne.
Ci sono ambiti sociali in cui il modello liberista deve necessariamente essere corretto. Nell’istruzione, nella sanità, nella ricerca, nella cultura serve tornare a dare importanza al Bilancio Sociale oltre a quello amministrativo. Questo non significa pagare 30€ una siringa che costa 30centesimi (Esempio iperbolico) ma fare un sacrificio quando si tratta di valutare se chiudere o meno un punto nascita che serve un’area di oltre 70.000 persone.
Alle prossime regionali, prima di lamentarsi, sarebbe il caso di ricordarselo.

